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	<title>Polab srl</title>
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		<title>Olbia. Lotta alle antenne, nasce il Comitato Le prime 500 firme</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 16:27:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://polab.it/srl/?p=3955</guid>
		<description><![CDATA[Tratto da unionesarda.it
G    li abitanti di zona Bandinu si sono stancati. Si sentono circondati dai ripetitori telefonici e hanno paura dei campi elettromagnetici e dei loro effetti. Alcuni residenti hanno fondato un &#8220;Comitato spontaneo di Zona Bandinu&#8221; che si sta occupando di raccogliere firme per una petizione popolare da presentare al sindaco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tratto da <a href="http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=20100309&amp;Categ=32&amp;Voce=1&amp;IdArticolo=2438583" target="_blank">unionesarda.it</a></em></p>
<p>G    li abitanti di zona Bandinu si sono stancati. Si sentono circondati dai ripetitori telefonici e hanno paura dei campi elettromagnetici e dei loro effetti. Alcuni residenti hanno fondato un &#8220;Comitato spontaneo di Zona Bandinu&#8221; che si sta occupando di raccogliere firme per una petizione popolare da presentare al sindaco di Olbia, Gianni Giovannelli.</p>
<p>Per il momento hanno firmato in 500. L&#8217;obiettivo è quello di costringere il Comune di Olbia a fornirsi di un piano di localizzazione delle sorgenti di inquinamento elettromagnetico, noto anche come &#8220;il piano delle antenne&#8221;.<span id="more-3955"></span></p>
<p>Si tratta di uno strumento progettuale &#8211; attualmente in fase di redazione a Olbia &#8211; che serve per evitare la collocazione sregolata di antenne e ripetitori da parte delle compagnie telefoniche: in pratica il Comune deve individuare alcune aree idonee per ospitare i ripetitori ed evitare l&#8217;aumento incontrollato di elettrosmog. In Sardegna, nel 2009, il piano è stato adottato dal Comune di Oristano, in seguito a una furibonda protesta popolare.</p>
<p>A Olbia, invece, il Comitato di Zona Bandinu chiede lo spostamento di due ripetitori installati nei pressi dell&#8217;incrocio tra via Vicenza e via Imperia.Il primo si trova sulla sommità della cosiddetta &#8220;cupola&#8221;, il condominio che spicca nel bel mezzo del quartiere. La seconda antenna si trova a pochi metri di distanza, sul tetto dell&#8217;edificio che ospita il Banco di Sardegna. Un fuoco incrociato che ha suscitato proteste e indignazione. Nel raggio di qualche centinaio di metri ci sono: l&#8217;istituto tecnico Deffenu, un asilo nido, l&#8217;istituto omnicomprensivo, il Pala Datome, un giardino pubblico, un campo da calcetto. E migliaia di abitazioni. Tutte aree che la legge definisce sensibili. Per la raccolta di firma, il Comitato ha coinvolto anche Cittadinanzattiva, che ha deciso di sostenere l&#8217;iniziativa con una campagna di sensibilizzazione nelle scuole olbiesi. Sono stati individuati i punti di raccolta firme: il tabacchino di via Imperia, le pizzerie &#8220;Il Nibbio&#8221; e &#8220;Europizza&#8221;, l&#8217;agenzia di viaggi &#8220;Primarete&#8221;, la parrucchiera &#8220;Mirideh style&#8221; e i negozi &#8220;Petrosino&#8221; e &#8220;Franzese&#8221;. In centro storico: l&#8217;erboristeria &#8220;Zenzero&#8221; e il negozio &#8220;Max e Co.&#8221; È stato diffuso anche un volantino: «Il Comitato e Cittadinanzattiva &#8211; si legge &#8211; a seguito di numerose installazioni di antenne per cellulari posizionate senza nessun criterio a pochi metri da scuole, asili, centri di aggregazioni, tramite petizione popolare chiede la definizione immediata del &#8220;Piano antenne&#8221;, la localizzazione in punti idonei, e lo spostamento dei ripetitori posizionati in aree sensibili». Il Comitato e Cittadinanzattiva chiedono anche il sostegno di associazioni e altri comitato spontanei. ( c.c. )</p>
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		<title>Lampade fluorescenti: rischio elettrosmog</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 16:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://polab.it/srl/?p=3953</guid>
		<description><![CDATA[ Tratto da Quotidiano di Sicila
Costano, in media, 10 volte di più, durano da 8 a 10 volte di più e consumano molto molto meno. Parliamo, ovviamente, delle “nuove” lampadine, visto che dal primo settembre 2009, per volere dell’Unione Europea, non possono più essere prodotte le vecchie lampadine elettriche a incandescenza.
Da qui sino al 2016 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> Tratto da <a href="http://qds.it/index.php?id=2304" target="_blank">Quotidiano di Sicila</a></em></p>
<p>Costano, in media, 10 volte di più, durano da 8 a 10 volte di più e consumano molto molto meno. Parliamo, ovviamente, delle “nuove” lampadine, visto che dal primo settembre 2009, per volere dell’Unione Europea, non possono più essere prodotte le vecchie lampadine elettriche a incandescenza.</p>
<p>Da qui sino al 2016 le lampadine ad incandescenza e anche quelle alogene ad alto consumo dovranno scomparire del tutto, dai negozi e, in teoria, dalle case. Per alcune incandescenti il divieto di venderle è dilazionato sino al 2012 ma in ogni caso le sole lampadine da usare sono quelle fluorescenti a risparmio energetico e le alogene ad alta efficienza, già pronte sugli scaffali dei negozi da diverso tempo e quelle a Led (ancora sperimentali).<span id="more-3953"></span></p>
<p>Ma l’enfasi che si pone sulla lampada fluorescente, anche al pubblico, comincia ad apparire un po’ retorica e lascia pensare a operazioni commerciali poco limpide. I difetti di questa tecnologia sono conosciuti da tempo e in parte ne hanno anche ritardato la diffusione: lunghi tempi di accensione, colori freddi e sgradevoli, difficoltà nello smaltimento, estetica poco accattivante.</p>
<p>A questi problemi si aggiungono oggi osservazioni di tipo scientifico sulla qualità della luce e sull’elettrosmog, su cui in Italia, anche da parte di autorevoli riviste come Altroconsumo, si è preferito non approfondire.</p>
<p>L’occasione per “fare luce” su tutti questi aspetti è un test approfondito su 16 lampadine realizzato dalla rivista tedesca Öko-test, che senza troppi giri di parole (La fine di una storia di successo) ha dimostrato limiti e contraddizioni di una tecnologia già superata, ma in pieno boom di utilizzo&#8230;.</p>
<p>L’elettrosmog causato da queste lampade superi da 10 a 40 volte i limiti fissati dalle norme TCO. La fluorescenza funziona infatti come un piccolo trasmettitore radio ad onde lunghe, inviando un segnale alla frequenza di 100 Hertz per tutto il tempo che rimane accesa. Le stress elettrico conseguente è maggiore nei soggetti elettrosensibili ma comunque dannoso anche per l’organismo sano che non percepisce queste radiazioni.</p>
<p>Ne deriva che è meglio evitare l’impiego di tali lampadine in locali che prevedono l’illuminazione nelle vicinanze della testa (scrivania, comodino ecc.) e mantenere una distanza di sicurezza non inferiore ad 1 metro e mezzo. Con le giuste precauzioni si può comunque continuare a sfruttare questa soluzione d’illuminazione maggiormente sostenibile.</p>
<p>Occhio al mercurio. A differenza delle incandescenti, le lampade fluorescenti vanno smaltite con sistemi appositi (niente discariche, niente piattaforme ecologiche comunali). Quando una lampadina fluorescente si spacca il mercurio altamente volatile si diffonde immediatamente nell’ambiente e di conseguenza gli esperti raccomandano di ventilare il locale per circa 30 minuti. è comunque possibile acquistare lampadine fluorescenti con appositi “rivestimenti” antirottura.</p>
<p>Ma il futuro è il Led. Non subito perché i Led costano ancora molto e non sono adatti per illuminare intensamente un ambiente, una superficie, uno spazio nel senso vero del termine.</p>
<p>Nel giro di pochissimi anni però arriverà una versione a Led molto forte e soprattutto davvero “ecologica”: niente mercurio, niente radiazioni elettromagnetiche, consumi infinitesimali ed effetti architetturali straordinari.</p>
<p>di Dario Raffaele</p>
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		<title>Bambini e cellulari: i rischi dell’elettrosmog</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 16:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Il CTCU (Centro Tutela Consumatori e Utenti),ha realizzato l’edizione italiana della brochure sui bambini della Kompetenzinitiative, gruppo di ricerca a tutela dell’uomo dell’ambiente e della democrazia. A riguardo è interessante anche il foglio illustrativo realizzato sempre dal CTCU con il sostegno dell’Ordine dei Medici della provincia di Bolzano.
Scarica la pubblicazione &#8220;bambini e cellulari&#8221;
Scarica il foglio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il CTCU (Centro Tutela Consumatori e Utenti),ha realizzato l’edizione italiana della brochure sui bambini della Kompetenzinitiative, gruppo di ricerca a tutela dell’uomo dell’ambiente e della democrazia. A riguardo è interessante anche il foglio illustrativo realizzato sempre dal CTCU con il sostegno dell’Ordine dei Medici della provincia di Bolzano.</p>
<p>Scarica la pubblicazione <a href="http://polab.it/srl/wp-content/uploads/2010/03/bambini-e-cellulari-web.pdf">&#8220;bambini e cellulari&#8221;</a></p>
<p>Scarica il foglio illustrativo<a href="http://polab.it/srl/wp-content/uploads/2010/03/i-rischi-della-telefonia-mobile.pdf"> &#8220;i rischi della telefonia mobile</a>&#8220;</p>
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		<title>Comitato spostamento antenne Pietraperzia incontra Consiglio comunale</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 14:41:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tratto da Vivienna.it
Il comitato per lo spostamento delle quattro antenne di contrada Serre di Pietraperzia domani parlerà ai consiglieri comunali. “Il comitato – dichiara il politologo Filippo Rosselli – ha ottenuto la convocazione del consiglio comunale da parte del presidente Michele Bonaffini che si terrà in seduta pubblica alle ore 17,30 presso i convento di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da <a href="http://www.vivienna.it/2010/03/09/comitato-spostamento-antenne-pietraperzia-incontra-consiglio-comunale/" target="_blank">Vivienna.it</a></p>
<p>Il comitato per lo spostamento delle quattro antenne di contrada Serre di Pietraperzia domani parlerà ai consiglieri comunali. “Il comitato – dichiara il politologo Filippo Rosselli – ha ottenuto la convocazione del consiglio comunale da parte del presidente Michele Bonaffini che si terrà in seduta pubblica alle ore 17,30 presso i convento di Santa Maria. L’ordine del giorno è il seguente: “esame e dibattito sulle politiche ambientali e sanitarie inerenti la presenza di elettrosmog causato da campi di alta frequenza, provenienti da antenne di ripetitori televisivi telefonici e simili”. Il comitato ha raccolto 800 firme per lo spostamento delle antenne, ma in settimana pensano di concludere con mille.<span id="more-3942"></span></p>
<p>“Con alcuni del comitato Domenico Tamburello, Pino Pace, Antonio cagnino ed il sottoscritto – continua il presidente Filippo Rosselli – abbiamo incontrato in municipio il presidente Michele Bonaffini ed abbiamo studiato una pista da seguire per portare a soluzione il problema dello spostamento delle antenne. Nella seduta di domani il pubblico avrà diritto di parola, perché il problema interessa tutta la cittadinanza. Inoltre, abbiamo preso atto che il comune non ha un regolamento, forse volutamente, che regoli questa disciplina. Noi siamo per lo spostamento delle antenne sia perché deturpano l’ambiente, sia perché le onde possono essere nocivi alla salute dei cittadini. La zone è molto popolata ed i cittadini vivono la psicosi delle antenne sia per loro come per i bambini che andrebbero incontro a seri pericoli. Non ci fidiamo dei responsi che dicono che le onde elettromagnetiche non fanno male”.</p>
<p>“Noi – conclude l’illuminato politologo – siamo mossi dal bene delle nostra comunità, e non ci sono prese di posizione preconcette o contro di chi, dalla antenne ricava lauti guadagni. In questa lotta per il bene comune intendo ringraziare il mio comitato che è stato molto dinamico e che è formato da Giuseppe Pace, Filippo Puzzo, Gaetano Sciarrino, Domenico Tamburello, Salvatore Zuccalà, Paolo Sillitto, Calogero Carà, Gaetano Papalia, Antonio Cagnino, Michele Tragno ed il sottoscritto nella qualità di presidente”.</p>
<p>Giuseppe Carà</p>
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		<title>Tumori infantili in Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 11:29:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto da L&#8217;Espresso
Un recente articolo pubblicato su L&#8217;Espresso riguardante le cause dei tumori infantili in italia  afferma che &#8220;  i campi elettromagnetici e linee elettriche sono stati spesso correlati  a un aumento pur modesto  di rischio di leucemia infantile, mentre non esistono prove ad alta frequenza di wi-fi e telefonia cellulare. In particolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da <a href="http://speciali.espresso.repubblica.it/popup/leucemia/" target="_blank">L&#8217;Espresso</a></p>
<p>Un recente articolo pubblicato su L&#8217;Espresso riguardante le cause dei tumori infantili in italia  afferma che &#8220;  i campi elettromagnetici e linee elettriche sono stati spesso correlati  a un aumento pur modesto  di rischio di leucemia infantile, mentre non esistono prove ad alta frequenza di wi-fi e telefonia cellulare. In particolare le antenne radiobase presenti su molti tetti e oggetto di molti sospetti non dovrebbero preoccupare: le potenze in gioco sarebbero infattio trascurabili rispetto ai grandi ripetitori radiotelevisivi.&#8221;</p>
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		<title>Calci.Troppe antenne alla Cagnola. Intervista ad Alfio Turco</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:19:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto da LA NAZIONE, del 07/03/2010, Pag 11 -  Cronaca: CALCI.
L&#8217;esperto: «Con più di un impianto, quella frazione sarà penalizzata»
L&#8217;AREA Il campo sportivo di via Arno alla Cagnola: qui vicino dovrebbero sorgere le antenne
- CALCI &#8211; «NOI nell&#8217;incontro con i cittadini abbiamo puntualizzato che due anni fa ci venne chiesta la validazione di un sito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da LA NAZIONE, del 07/03/2010, Pag 11 -  Cronaca: CALCI.</p>
<p><a href="http://polab.it/srl/wp-content/uploads/2010/02/antenna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3420" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="antenna" src="http://polab.it/srl/wp-content/uploads/2010/02/antenna.jpg" alt="" width="110" height="147" /></a>L&#8217;esperto: «Con più di un impianto, quella frazione sarà penalizzata»</p>
<p>L&#8217;AREA Il campo sportivo di via Arno alla Cagnola: qui vicino dovrebbero sorgere le antenne</p>
<p>- CALCI &#8211; «NOI nell&#8217;incontro con i cittadini abbiamo puntualizzato che due anni fa ci venne chiesta la validazione di un sito proposto e scelto da Telecom, ma solo per un&#8217;antenna. Invece ora abbiamo scoperto che è stata fatta richiesta da un secondo gestore e in questo caso qualche riserva ci sarebbe. Ma la questione così non si risolve: serve un piano di localizzazione delle antenne». A parlare è <strong>Alfio Turco</strong>, responsabile commerciale di <strong>Polab</strong>, specializzata nel settore dei campi elettromagnetici, chiamata in causa dal Comune di Calci per difendere la propria decisione di dare in concessione per dieci anni un&#8217;area pubblica, nei pressi del campo sportivo di via Arno, dove saranno installati impianti per la telefonia mobile.</p>
<p><span id="more-3910"></span>Hanno da temere, dunque, i cittadini della Cagnola che accusano l&#8217;amministrazione di non aver tenuto di conto fino in fondo della salute pubblica?</p>
<p>«In assenza di siti alternativi e facendo confluire tutti gli operatori nello stesso luogo, anche se la somma dei valori di emissione elettromagnetica non ha una progressione lineare, è certo che si andrà a penalizzare la popolazione della zona in questione invece che ripartire su tutto il territorio bassi livelli di emissione».</p>
<p>Esistono spazi di manovra o soluzioni alternative?</p>
<p>«Allo stato attuale, data la legge nazionale e l&#8217;assenza a Calci di un piano di localizzazione, i gestori avrebbero gioco facile a far valere le proprie scelte. Luoghi migliori di quello? Dobbiamo considerare che l&#8217;Umts ha ambiti molto limitati e in via teorica spostare per esempio di cinquecento metri l&#8217;impianto vuol dire ridurre l&#8217;ambito di copertura. Ma solo valutando tutti i fattori e realizzando calcoli e simulazioni si può dare una risposta».</p>
<p>Per l&#8217;amministrazione comunale si tratta, dunque, di una patata bollente: è stata fatta una petizione popolare con centinaia di firme, è nato un gruppo su Facebook&#8217; che non risparmia pesanti critiche alla giunta ed è sempre vivace il dibattito sul blog del giovane assessore Massimiliano Ghimenti, sensibile alle tematiche ambientali. Tante le domande proposte e alla fine l&#8217;ammissione dell&#8217;assessore: «Nella vita mi occupo di altre cose. Di certo non nasco imparato e come me credo anche i miei colleghi&#8230; della necessità di dotarsi di un simile regolamento (il piano di localizzazione delle antenne) qualche tecnico avrebbe dovuto informarci». E poi: «Se sull&#8217;antenna in qualche maniera abbiamo toppato anche noi, è stato involontariamente&#8230;». Tommaso Massei</p>
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		<title>Quarrata. Antenne, al via il monitoraggio</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:09:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto dal Tirreno — 03 marzo 2010   pagina 07   sezione: PISTOIA
QUARRATA. Inquinamento elettromagnetico dell’aria: da ieri tutti i dati relativi alla qualità dell’aria saranno pubblicati quotidianamente sul sito del Comune di Quarrata.  E’ stata collocata, infatti, nei giorni scorsi, presso il plesso scolastico di Valenzatico, una centralina adibita al monitoraggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2010/03/03/ZP6ZP_ZP601.html" target="_blank">Tratto dal Tirreno — 03 marzo 2010   pagina 07   sezione: PISTOIA</a></p>
<p>QUARRATA. Inquinamento elettromagnetico dell’aria: da ieri tutti i dati relativi alla qualità dell’aria saranno pubblicati quotidianamente sul sito del Comune di Quarrata.  E’ stata collocata, infatti, nei giorni scorsi, presso il plesso scolastico di Valenzatico, una<strong> centralina adibita al monitoraggio continuo dell’inquinamento elettromagnetico</strong> della zona, come previsto dal “Regolamento per l’installazione di impianti di telecomunicazione”, approvato all’unanimità lo scorso 2009 dal consiglio comunale.  <span id="more-3908"></span></p>
<p>I risultati del monitoraggio da ieri sono pubblicati sul sito del <strong>Comune di Quarrata</strong> (www.comune.quarrata.pt.it). Dalla home page del sito, infatti, è possibile accedere alla pagina dove sono riportate tutte le informazioni utili cliccando in basso sul link “Monitoraggio dei campi elettromagnetici delle antenne di telefonia mobile”: si aprirà la <strong>pagina gestita dalla Polab</strong>, società incaricata dal Comune di redigere il regolamento per la telefonia mobile e contestualmente dell’installazione della centralina, in cui sono pubblicate le tabelle dei limiti di legge e i valori massimi e minimi del livello di inquinamento.  La centralina installata a Valenzatico ha come raggio di azione la zona circostante, ma l’impianto potrà essere spostato, anche su richiesta dei cittadini, per monitorare altri punti critici della città. La sua collocazione presso la scuola di Valenzatico, infatti, è stata finalizzata al monitoraggio dell’antenna installata qualche settimana fa vicino al cimitero della frazione e in funzione dal 25 febbraio.  In futuro però potrebbe essere spostata per andare a controllare altre zone, come ad esempio la Ferruccia, dove c’è il ripetitore in via delle Lucciole, a Catena, in centro a Quarrata e in altri luoghi. L’impegno con la<strong> </strong>Polab<strong>,</strong> infatti, prevede che la centralina sia collocata in tre diversi posti nell’arco di un anno. Inoltre, qualora gruppi di cittadini o comitati ne richiedano la collocazione in una certa zona, l’azienda dovrà provvedere a soddisfare tale richiesta. La centralina è stata messa in funzione pochi giorni fa, ma è da ieri che i dati monitorati sono consultabili dal sito internet.  L’opera non ha per il Comune nessun costo aggiuntivo, in quanto l’installazione dell’impianto era già previsto nell’incarico, assegnato attraverso bando di gara alla<strong> </strong>Polab, per la redazione del regolamento di telefonia mobile. «Come previsto dal regolamento &#8211; spiega Marco Mazzanti, assessore ai lavori pubblici -, abbiamo installato la centralina presso una scuola con la volontà di garantire maggiore sicurezza nei luoghi pubblici, in particolare in ambienti vissuti per molte ore della giornata da bambini. I dati che fino ad oggi sono emersi dai controlli sono confortanti perché ampiamente al di sotto dei limiti della legge ed è importante che ogni cittadino possa consultarli in tempo reale sul nostro sito internet, in segno di grande trasparenza. Tutto questo rassicura i nostri cittadini ai quali viene offerto un servizio per la telefonia mobile garantendo al tempo stesso la tutela della salute». © RIPRODUZIONE RISERVATA &#8211; Marta Quilici</p>
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		<title>&#8220;Non sono responsabile dell&#8217;antenna&#8221;Morolo. Il territorio avrebbe bisogno di un piano territoriale</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 09:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://polab.it/srl/?p=3904</guid>
		<description><![CDATA[Tratto da il tempo.it
Stavolta è l&#8217;ex sindaco Massimo Silvestri a fare chiarezza, che ha ripercorso tutte le tappe della vicenda. La storia parte dal 2007, quando lo stesso Silvestri era a capo dell&#8217;amministrazione comunale. Come ha inizio la vicenda del&#8217;antenna? 
Nel 2007 firmai una lettera dopo la richiesta della Ericsson di valutare sul nostro territorio l&#8217;installazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da il <a href="http://iltempo.ilsole24ore.com/frosinone/cronaca_locale/frosinone/2010/02/28/1132152-sono_responsabile_dell_antenna.shtml?refresh_ce" target="_blank">tempo.it</a></p>
<p>Stavolta è l&#8217;ex sindaco Massimo Silvestri a fare chiarezza, che ha ripercorso tutte le tappe della vicenda. La storia parte dal 2007, quando lo stesso Silvestri era a capo dell&#8217;amministrazione comunale. Come ha inizio la vicenda del&#8217;antenna? <span id="more-3904"></span></p>
<p>Nel 2007 firmai una lettera dopo la richiesta della Ericsson di valutare sul nostro territorio l&#8217;installazione di un&#8217;antenna. Lo feci per prendere tempo e soprattutto per approvare il regolamento di cui il comune era sprovvisto, che ricalca in pieno tutte le normative in materia di esposizione alle onde elettromagnetiche. Un regolamento che si limita solo ad evidenziare le aree che il Comune dispone, non individua le ipotetiche aree di installazione. Da lì bisognava proseguire approvando il piano per le antenne, supportati dai pareri delle attività competenti”. La ìfamosa” lettera che ha firmato cosa attestava? ìLa lettera ha solamente un valore politico, non è un provvedimento o un atto amministrativo idoneo a regolare, costituire o estinguere situazioni giuridiche. Se per assurdo la lettera che ho scritto fosse assimilabile come atto, sarebbe nulla poiché l&#8217;organo che lo ha emanato non ha il potere di farlo. L&#8217;attuale amministrazione deve assumersi le responsabilità di ciò che sta facendo. Come mai tutte le cose lasciate in sospeso dalla mia amministrazione hanno trovato il modo di cambiarle e questa no? Non capisco questo scarica barile, ma capisco che ai fini della quadratura del bilancio comunale quanto facciano comodo i 20.000 euro annui”. Ha firmato la petizione contro l&#8217;antenna? E&#8217; disposto ad un confronto? ìNon ho firmato nessuna petizione, penso che se c&#8217;è l&#8217;antenna fa comodo ma non è essenziale, non è un bene primario. Tuttavia la gente va informata, non mi sono mai sottratto ai confronti, e sono disponibile anche stavolta. Se i cittadini sono preoccupati vanno tranquillizzati, se pensiamo che il sindaco è anche un medico. Resto fermo della mia convinzione, la cosa migliore da fare è approvare un piano territoriale così si è confortati dal parere degli esperti. Chiediamoci come mai la Ericsson sia tornata a bussare a distanza di due anni dalla mia lettera? Forse perché aveva trovato un&#8217;opposizione dura al progetto. Lancio una proposta, perché non mettere l&#8217;antenna oltre il fiume Sacco? Non accetto da nessuno che si facciano insinuazioni sulla mia persona, il segreto dell&#8217;urna è sacro”.</p>
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		<title>Antenne telefonia: Terzo anno tutto ok</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 09:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tratto da sanmauropascolinews.it
Tre anni di rilievi, tre anni di valori ampiamente nella norma. Sono i risultati del monitoraggio effettuato da Arpa sulle antenne di telefonia mobile presenti nel territorio di San Mauro. Effettuati in periodi diversi, hanno evidenziato valori ampiamente nella norma, addirittura al di sopra degli standard di qualità prefissati a livello nazionale.
Come negli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da <a href="http://www.sanmauropascolinews.it/cronaca/antenne-telefonia-terzo-anno-tutto-ok.html">sanmauropascolinews.it</a></p>
<p>Tre anni di rilievi, tre anni di valori ampiamente nella norma. Sono i risultati del monitoraggio effettuato da Arpa sulle antenne di telefonia mobile presenti nel territorio di San Mauro. Effettuati in periodi diversi, hanno evidenziato valori ampiamente nella norma, addirittura al di sopra degli standard di qualità prefissati a livello nazionale.<span id="more-3899"></span></p>
<p>Come negli anni scorsi sette sono le antenne presenti a San Mauro. Nessuna nuova antenna, dunque, è stata installata sul territorio. Quattro si trovano nell&#8217;entroterra, tre nella località a mare (Strada provinciale Adriatica, due in via Marina). Più nel dettaglio: Via del cimitero H3G; due in via Villagrappa, Wind e Tim; via XX Settembre, Vodafone; Statale Adriatica Tim/Vodafone; due in via Marina H3G e Tim.</p>
<p>I tecnici di Arpa le hanno monitorate in due periodi diversi: nei mesi di giugno-luglio, nel periodo settembre-novembre. L’analisi è stata effettuata con due modalità di rilevamento: il monitoraggio continuo (settimanale o quindicinale) attraverso una centralina fissa di rilevamento; il monitoraggio cosiddetto istantaneo con strumentazione mobile. In entrambe le modalità nel caso di valori al di sopra dei limiti, Arpa è tenuta ad informare prontamente l’amministrazione comunale, per assumere i provvedimenti del caso.</p>
<p>Decisamente positivi e tranquillizzanti, i risultati emersi. Le misure di campo elettromagnetico effettuate in prossimità dei singoli impianti hanno evidenziato il pieno rispetto dei limiti prefissati dalla legge (20 Volt/metro), ed anche degli obiettivi di qualità fissati dal DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri &#8211; 8 luglio 2003) per le aree con permanenza superiore alle 4 ore giornaliere (6 Volt/metro).</p>
<p>“Siamo soddisfatti dei risultati emersi – afferma l&#8217;Assessore all&#8217;Urbanistica Moris Guidi – Per il terzo anno consecutivo ci consentono di affermare con dati certi, certificati da Arpa, che non sussiste una situazione di emergenza e pericolo per la popolazione. Non per questo dobbiamo abbassare la guardia. Infatti, malgrado la convezione triennale con Arpa sia terminata (2007/2009), abbiamo deciso di proseguire anche nel 2010 sul fronte del monitoraggio, tenuto conto che si tratta di una tematica fondamentale per la nostra comunità, qual è la salute dei cittadini. Ricordo a tutti coloro che fossero interessati a visionare i dati dei rilievi che possono farlo sul sito di Arpa oppure su quello del Comune di San Mauro, nella sezione ambiente”.</p>
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		<title>Tumori cellulari</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 14:52:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tratto da Lexambiente.it
“Un ruolo quindi, almeno concausale, delle radiofrequenze nella genesi della neoplasia che ha patito il sig. Marcolin è ‘probabile’ (probabilità qualificata).”
Così la Corte d’appello di Brescia – Sezione lavoro nella sentenza (pag. 11) n. 614 del 10 dicembre 2009 (depositata il 2212) relativa ad una richiesta di indennità per malattia professionale formulata vanamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Tratto da <a href="http://www.lexambiente.it/article-6113-thread-0-0.html" target="_blank">Lexambiente.it</a></em></p>
<p>“Un ruolo quindi, almeno concausale, delle radiofrequenze nella genesi della neoplasia che ha patito il sig. Marcolin è ‘probabile’ (probabilità qualificata).”</p>
<p>Così la Corte d’appello di Brescia – Sezione lavoro nella sentenza (pag. 11) n. 614 del 10 dicembre 2009 (depositata il 2212) relativa ad una richiesta di indennità per malattia professionale formulata vanamente all’Inail da un dirigente d’azienda, Innocente Marcolin (si riportano il nome e cognome di questa persona in quanto ormai di dominio pubblico), di una società del bresciano.</p>
<p>Il signor Marcolin assumeva di aver contratto, anche a causa di una lunga esposizione alle onde elettromagnetiche di un telefono cordless e di un telefono cellulare che usava sul posto di lavoro per varie ore al giorno, un ‘neurinoma del ganglio di Gasser’, un tumore benigno che colpisce i nervi cranici, in particolare il nervo acustico, mentre più rara è la localizzazione al V nervo cranico (trigemino), come nel caso di specie.”<span id="more-3885"></span></p>
<p>Il principio con cui si sono aperte queste note è di quelli destinati ad aprire brecce nell’ordinamento giuridico.</p>
<p>E, tenendo conto della diffusione della materia, anzi degli oggetti concreti (cordless e cellulari), a base della vicenda in esame e del relativo pronunciamento giudiziale, più che brecce minacciano di essere voragini.</p>
<p>Se, infatti, passa definitivamente, anche a livello giurisprudenziale, l’assunto che vi è un rapporto causale tra esposizione a radiofrequenze, in pratica tra uso dei telefonini, e induzione di patologie, peraltro di natura neoplastica, e, soprattutto, se, com’è facile immaginare, non siamo che ai primi vagiti delle evidenze scientifiche in questa materia, il che vuol dire, più brutalmente, che non siamo che ai primi casi conclamati di malattie da cellulari, è altrettanto semplice ipotizzare che ben presto le azioni giudiziali di singoli per ottenere riconoscimenti di malattie professionali analoghe a quelle del signor Marcolin intaseranno i ruoli, già di loro non proprio esangui, dei Tribunali del lavoro.</p>
<p>A tacere dello scenario, tutt’altro che apocalittico, per cui il prevedibile diffondersi di patologie legate all’uso capillare di telefoni e cordless inneschi masse di azioni di risarcimento dei danni nei confronti delle case produttrici degli apparecchi in questione.</p>
<p>Azioni che ben si presterebbero a diventare “azioni di classe”, o class actions che dir si voglia, pure alla stregua di una versione di questo istituto sostanzialmente monca, quale quella che è stata introdotta recentemente nel nostro ordinamento giuridico.</p>
<p>Ma, se, come emerge dal caso che si affronta, le evidenze scientifiche questo nesso di causalità effettivamente disvelano, in linea teorica non v’è ragione alcuna perché a danno massivo ed invasivo alla salute pubblica non debba corrispondere una rifusione altrettanto consistente di quel nocumento da parte di chi, direttamente o indirettamente, lo ha cagionato.</p>
<p>Ciò anche se quella rivelata dalla causa di lavoro davanti alla Corte d’appello di Brescia è una “causalità debole” espressione del “modello probabilistico – induttivo” in “una situazione individuale”, come si legge a pag. 10 della sentenza che ci occupa.</p>
<p>Neanche questo, tuttavia, deve stupire, dato che il lasso di tempo tutto sommato ristretto intercorso dalla diffusione su larga scala nella nostra società (un decennio o poco più) degli strumenti tecnologici in questione impedisce di avere un quadro sufficientemente attendibile degli effetti di questi ultimi sulla salute umana, ossia, più precisamente, preclude ancora acquisizioni scientifiche connotate da caratteri maggiormente stringenti della predetta “causalità debole”.</p>
<p>In tal senso, dunque, sarà proprio la quantità e soprattutto la qualità degli studi scientifici, in particolare delle indagini epidemiologiche, a dirci se quella causalità è suscettibile di upgrade fino a diventare “certa”, tanto da poter esser posta a base di un giudizio di responsabilità anche penale nei confronti di chi questi apparecchi ha prodotto eo di chi ha fatto usare (per esempio ai propri subalterni su un posto di lavoro) in maniera negligente o imprudente o imperita o, ancor peggio, in violazione di specifiche normative in materia di sicurezza sul lavoro.</p>
<p>In questo ultimo senso, infatti, ai fini di una dichiarazione di responsabilità penale di una persona per lesioni colpose, giacché questa sarebbe chiaramente l’ipotesi di reato, se non ancora peggio, è necessario l’accertamento di un nesso causale tra l’esposizione ad una determinata fonte di emissioni e l’insorgenza di una patologia sulla salute umana caratterizzato dal requisito della certezza.</p>
<p>Naturalmente, di una “certezza processuale”, come insegna la Suprema Corte nel suo più importante pronunciamento in materia (la c.d. “sentenza Franzese”), ormai diventata c.d. “ius receptum”, diritto consolidato, nel nostro ordinamento.</p>
<p>Una certezza, cioè, che viene acclarata sulla base degli ordinari canoni probatori del nostro processo penale (a partire, se del caso, da quelli contenuti nel fondamentale art. 192, c. 2 del codice di procedura penale per il quale “L&#8217;esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi siano gravi, precisi e concordanti”); non certo una certezza asseritamente “scientifica”, propugnata da una dottrina tanto prestigiosa quanto spesso impaniata in pregnanti conflitti d’interesse (giuristi che sono al contempo difensori di imputati eccellenti), in realtà a metà strada tra il matematizzante ed il metafisico (il noto, curioso, esempio perorato dal più illustre esponente di quella corrente dottrinale, F. Stella, per cui fino a che non saremo in grado di individuare “quando e dove potrà essere stata inalata quell’unica fibra di amianto che potrebbe essere responsabile delle malattie e dei tumori” non dovremmo poter condannare nessuno per lesioni o omicidio colposo).</p>
<p>Approccio interpretativo, sedicente “garantista”, quest’ultimo, che se iniziasse a trovare concrete e sistematiche applicazioni giurisprudenziali, significherebbe perciò stesso la sostanziale soppressione di pezzi significativi di intere branche del diritto penale: dal diritto penale del lavoro al diritto penale dell’ambiente.</p>
<p>Ciò non perché chi scrive sia un apostolo di quella “espansione del diritto penale”, per riprendere il titolo di un interessante libricino pubblicato qualche anno fa da uno studioso catalano, J. M. Silva Sanchez, tanto vibratamente stigmatizzata da più parti quando si tratta di determinate tipologie di reati di solito commessi da altrettanto ben individuate fasce sociali di soggetti, quanto pietosamente e unanimemente obliata, se non addirittura disinvoltamente giustificata, in presenza di categorie di illeciti penali e dei relativi, socialmente consuetudinari, autori di tutt’altro segno.</p>
<p>Ma solo perché quando ci si trova in presenza di condotte “sistemiche” tanto diffusivamente lesive di un bene giuridico fondamentale come la salute pubblica, quest’ultimo non può non godere anche di una forma di tutela penale da quei comportamenti spesso tanto scellerati quanto, per l’appunto, “di sistema”.</p>
<p>Perché questa tutela possa effettivamente esplicarsi, però, per tornare alla vicenda giudiziaria oggetto di questo scritto, o, forse meglio, perché una qualsiasi forma di tutela giuridica effettiva possa garantirsi alla salute pubblica nei confronti di attentati vecchi e nuovi, come quelli che ci occupano, è imprescindibile proprio il supporto scientifico, ossia il ruolo della scienza e degli scienziati quali primi custodi dell’ambiente e della salute pubblica di una società.</p>
<p>E qui si tocca il nervo più scoperto e dolente dell’intera vicenda, come peraltro emerge limpidamente dal procedimento giudiziario del sig. Marcolin e dalla sentenza della Corte d’appello di Brescia che lo ha definito.</p>
<p>Quella che si è giocata davanti all’Autorità Giudiziaria lombarda, infatti, è stata anche e soprattutto una tenzone a colpi di citazioni di studi scientifici, tutti sinteticamente riportati in sentenza, che hanno scandagliato l’ancora poco nitido rapporto tra esposizione a campi elettromagnetici ed effetti sulla salute umana.</p>
<p>Da una parte uno studio Oms (Organizzazione mondiale della sanità) – Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), del 2000, ripreso dall’Inail, che sostanzialmente escludeva conseguenze negative sulla salute.</p>
<p>Dall’altra una serie di indagini di vari autori, tra cui in particolare il c.d. “gruppo Hardel”, su cui si sorreggevano le deduzioni e le richieste del ricorrente e, soprattutto, poste a base delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, concentrate tra il 2005 ed il 2009, per i quali, invece, pur con diverse sfumature, le esposizioni in questione, in pratica l’uso di cordless e cellulari, sulla salute delle persone sono decisamente meno innocue di quanto emerga dallo studio dell’ente istituzionalmente preposto su base planetaria alla ricerca sul cancro.</p>
<p>A due di questi lavori, in particolare, mette conto dedicare un po’ di attenzione, per la puntualità e l’acutezza dei rilievi che vi sono contenuti.</p>
<p>Nel primo caso, si tratta di una c.d. “review” della International Commission on Non – Ionizing Radiation Protection, ossia di una revisione critica della quasi totalità delle indagini epidemiologiche effettuate fino al 2009 sul tema in questione.</p>
<p>L’elemento più significativo di questo studio è costituito dal disvelamento dei vari “bias”, ossia le distorsioni che connotano le opere oggetto di revisione: “modalità di arruolamento, assenza di un gruppo di controllo con ricorso a registri di popolazione, impossibilità di standardizzare entità e durata complessiva di esposizione.”</p>
<p>Per gli autori della revisione, gli “errori sistematici” in esame sono di tale entità che, allo stato attuale, seppur non vi sia “una convincente evidenza del ruolo delle radiofrequenze nella genesi dei tumori”, ciononostante gli studi presi in esame, in quanto così pesantemente inficiati, “non ne hanno escluso l’associazione” (“…. these studies have too many deficiencies to rule out an association.”)</p>
<p>Il secondo lavoro, anch’esso recentissimo (2009), a firma di M. Kundi, pur affermando che il rischio derivante da queste esposizioni sarebbe basso, asserisce altresì che “l’esposizione può incidere sulla storia naturale della neoplasia in vari modi: interagendo nella fase iniziale di induzione, intervenendo sul tempo di sviluppo dei tumori a lenta crescita, come i neurinomi, accelerandola ed evitando la possibile naturale involuzione.”</p>
<p>In pratica, queste esposizioni si comporterebbero come un vero e proprio cancerogeno “completo”, in grado, cioè, di innescare come di far progredire la malattia neoplastica.</p>
<p>La Corte ha ritenuto decisamente più affidabili gli studi citati dal C.T.U. e dalla difesa del sig. Marcolin (di cui si sono accennati i due probabilmente più significativi) rispetto a quello della Iarc, praticamente l’unico, su cui l’Inail aveva fondato il suo pervicace rifiuto di erogare le doverose prestazioni assistenziali nei confronti del lavoratore malato.</p>
<p>Lo ha fatto principalmente per la ragione che lo studio dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, “risalente al 2000 e basato su dati, ovviamente, ancora più risalenti, non tiene conto dell’uso più recente, ben più massiccio e diffuso, di tali apparecchi e del fatto che si tratta di tumori a lenta insorgenza: pertanto gli studi del 2009, basati su dati più recenti, sono di per sé più attendibili.”</p>
<p>Considerazioni, queste, che riportano direttamente a quelle sviluppate ed agli scenari socio-giudiziali ipotizzati all’inizio di questo lavoro.</p>
<p>V’è, però, un altro elemento che la Corte d’appello ha tenuto ben presente nel suo percorso motivazionale sulla questione della rispettiva affidabilità degli studi scientifici discordanti tra loro e del quale non ha mancato di dare puntualmente atto in sentenza: “inoltre, a differenza dello studio IARC, co-finanziato dalle ditte produttrici di telefoni cellulari, gli studi citati dal dott. Di Stefano (consulente tecnico d’ufficio della Corte, n.d.r.) sono indipendenti.”</p>
<p>Con ogni probabilità, questo, per una sentenza della magistratura italiana, è un principio della stessa epocale portata innovativa di quello riportato nel primo periodo di questo scritto sul quale ci si è soffermati fino a questo punto.</p>
<p>Affermare che il vaglio di attendibilità di uno studio scientifico citato in un processo, e dunque, in ultima istanza, che l’accertamento delle responsabilità individuali a base di quest’ultimo, vadano effettuati anche sulla base dell’indipendenza degli autori di quello e degli studi “contrapposti” significa, anche in tal caso, aprire letteralmente un’epoca nuova nella giurisprudenza di questo paese in materia di tutela della salute, pubblica e privata; una fase nella quale l’accertamento giudiziario sia finalmente sempre ispirato a lucidi e onesti criteri di perseguimento della verità sostanziale, tanto più eticamente, prim’ancora che giuridicamente, doverosi quanto più si verta in un contesto di lesioni gravi, se non peggio, patite da una persona, da un lavoratore, o di devastanti attentati all’ambiente.</p>
<p>Perché, evidentemente, così non sempre è stato, se è vero, come è vero, che grandi procedimenti penali che avevano a base enormi danni a persone ed ecosistemi si sono “definiti” con sentenze di assoluzione, quando non proprio con incommentabili ordinanze di archiviazione, fondamentalmente basate sulle risultanze di studi scientifici che escludevano, rectius che “non provavano”, il nesso causale tra l’esposizione ad una o più determinate sostanze e l’insorgenza di alcune, in certi casi di una lunga serie di, patologie.</p>
<p>Studi scientifici che, alla stregua del rivoluzionario quanto ovvio canone interpretativo statuito dalla Corte d’appello di Brescia, risultavano ictu oculi al di sotto di ogni sospetto.</p>
<p>Né vi sarebbe alcuna plausibile ragione per ritenere che quella regola di giudizio usata dalla Corte d’appello di Brescia in un procedimento civil &#8211; assistenziale, quella fondata sulla verifica dell’indipendenza degli studi scientifici, non debba esser trasposta tout court anche in ambito penale; anzi, in quest’ultimo essa sarebbe vieppiù “di casa” stante la precipua finalità del processo penale di accertamento della verità materiale.</p>
<p>Da questo ultimo assunto dell’Autorità giudiziaria lombarda non possono non scaturire alcune considerazioni finali.</p>
<p>1) Il fatto che una Corte d’appello riconosca in una sentenza l’elementare verità per cui uno studio indipendente è, di suo, più credibile rispetto ad uno studio co-finanziato dalle società produttrici dell’oggetto “incriminato” nel processo in cui quella sentenza si è resa non vuol dire certo che si debbano rigettare a priori le offerte delle industrie di finanziamento di studi e ricerche scientifiche.</p>
<p>Vuol solo dire che queste ultime, o meglio molte di loro, specie tra le più grosse e potenti, debbono fare un sentito mea culpa per aver preordinatamente utilizzato, ossia commissionato numerosissimi, sedicenti studi scientifici come una sorta di “fattori di confondimento” atipici, dolosi, la cui unica ragion d’essere epistemologica era quella di assolvere preventivamente prodotti e produttori da ogni sospetto di nocività, nei confronti di lavori scientifici che, invece, tendevano ad accertare i reali effetti sulla salute pubblica e sull’ambiente di quegli stessi prodotti.</p>
<p>Ma, soprattutto, significa che, per il futuro, le imprese devono solennemente impegnarsi a non fabbricare più quegli inverosimili ed inverecondi fattori di confondimento.</p>
<p>Devono farlo anche per non trascinare in un immeritato vortice di discredito pregiudiziale pure quei lavori scientifici che, anche se finanziati dalle industrie, dovessero risultare tuttavia corretti scientificamente.</p>
<p>Devono farlo le aziende e con loro gli scienziati che a quell’utilizzo “improprio”, per usare una litote, della loro alta funzione si sono prestati.</p>
<p>2) Il pubblico, ossia gli enti pubblici preposti istituzionalmente alla ricerca scientifica in chiave di tutela dell’ambiente e della salute pubblica, non può e non deve, comunque, abdicare anzitutto al suo ruolo di controllo e validazione scientifica degli studi privati; ma anche alla ricerca scientifica effettuata direttamente, con mezzi e persone appartenenti organicamente all’ente pubblico. Il che significa che le strutture pubbliche a carattere scientifiche dovrebbero esser trattate e, soprattutto, finanziate dallo Stato e dagli altri enti pubblici, territoriali e non, in maniera quantomeno più seria (ci vuole davvero poco) di come accade oggi.</p>
<p>3) Infine, alla luce della sentenza della Corte d’appello di Brescia, forse non avevano tutti i torti quegli scienziati che già qualche tempo fa, partendo dall’analisi di alcune recenti pubblicazioni IARC in cui si criticavano le valutazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per quanto riguarda gli effetti dell’ambiente sul rischio di cancro nell’uomo, a partire dalla centrale questione della relazione tra tumore al polmone ed inquinamento atmosferico, denunciavano che “il gruppo ambientale di IARC fruisce del contributo delle associazioni europee di produttori di petrolio e di asfalto (dal 2° rapporto biennale IARC)”, tanto da far “presumere l’esistenza di un forte legame tra alcuni autori con gli interessi dell’industria” e da far metter “in dubbio fortemente l’indipendenza” degli stessi autori e delle loro pubblicazioni scientifiche su questo argomento.</p>
<p>In tal senso, su questo ultimo profilo relativo a IARC messo a nudo dalla sentenza in esame, la sensazione finale è di grande amarezza: per l’autentico downgrade di credibilità scientifica in cui è precipitato, evidentemente per sue responsabilità, il più importante ente mondiale per la ricerca sul cancro.</p>
<p>Quell’ente che sotto la guida di Renzo Tomatis, fino a meno di vent’anni fa, aveva raggiunto vette di affidabilità e prestigio scientifico, anche e soprattutto sotto il profilo dell’indipendenza delle sue ricerche, che ne facevano un autentico punto di riferimento per tutti coloro che avessero a cuore il perseguimento della c.d. “prevenzione primaria”, ossia la difesa vera, in chiave seriamente preventiva, della salute pubblica e dell’ambiente.</p>
<p>Lo stesso Tomatis che, per riprendere la categoria dei “bias” citata nella sentenza della Corte d’appello di Brescia, in una pubblicazione del 2005, scritta a quattro mani con il dott. Valerio Gennaro dell’Istituto per la ricerca sul cancro di Genova, aveva denunciato espressamente proprio i “business bias”, ossia le “distorsioni nel mondo degli affari”, che davano addirittura il titolo all’articolo in questione apparso sull’International Journal of Occupational and Environmental Health (in www.salutepubblica.org/uploadtest/Ricerca/epidemiologia%20distorta.pdf).</p>
<p>Un saggio il cui emblematico sottotitolo era “Come gli Studi Epidemiologici possano Sottostimare o Fallire nell’ Individuare Accresciuti Rischi di Cancro e Altre Malattie” e nel quale l’attacco del relativo abstract era oltremodo illuminante: “Malgrado dichiarino la prevenzione primaria come loro scopo, gli studi di potenziali fattori di rischio occupazionale ed ambientale per la salute finanziati, sia direttamente che indirettamente dall’industria, è probabile che abbiano risultati negativi.”</p>
<p>I famosi “falsi negativi”; ma forse, più correttamente, si dovrebbe dire i famosi falsi studi.</p>
<p>Fasano, 132010</p>
<p>Stefano Palmisano</p>
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